Ernest Hemingway wird eine Reisetasche gestohlen, in Kanada brennt Malcolm Lowrys Hütte ab, und Nikolai Gogol unterliegt seinem Perfektionismus. Was diese Vorkommnisse gemeinsam haben? Als noch kein Computer existierte, keine Sicherungskopie und keine cloud , da gab es das noch: einen Text unwiederbringlich zu verlieren, wie ein liebgewonnenes Schmuckstück, das gestohlen wird. Giorgio van Straten erzählt von acht dieser verlorenen Bücher, Meisterwerke, die uns Lesern (höchstwahrscheinlich) nie vor Augen kommen werden. Mit Verve und Kunstfertigkeit taucht er in ungeahnte Tiefen der Literaturgeschichte und birgt Geschichten über große Autoren wie Sylvia Plath, Walter Benjamin oder Bruno Schulz und ihre Werke, die, verschollen, verbrannt oder gestohlen, kaum Leser finden konnten. Es sind bewegende Geschichten, mal tragisch, mal wundersam, mal voll erstaunlicher Zufälle – aber allesamt so spannend, wie sie nur das echte Leben schreiben kann.
Giorgio Van Straten Bücher




«Sono convinta che la Storia è come un riassunto ben fatto: mette in risalto quanto c'è di più importante, seleziona ciò che ha contato da ciò che è stato insignificante; nella sostanza non mente. La vita invece è il libro intero: contiene tutti i gesti, i pensieri, le occasioni, gli avvenimenti, senza la capacità di metterli in ordine di importanza. E questo è molto pericoloso.» Nelle parole di Miriam, protagonista appassionata e indomita, si racchiude il senso di questo romanzo: uno scavo nella Storia per recuperare storie vive e pulsanti, ricche di dettagli significativi. Il dottor Capecchi, bibliotecario e storico, sta scrivendo la biografia di Antonio Manca, importante politico italiano. Durante un incontro, Manca menziona Enrico Foà, risvegliando l'interesse di Capecchi. Chi era Foà? Perché è assente da libri e archivi? Grazie a una visita al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, Capecchi incontra Miriam, che ha conosciuto e amato Foà. Sebbene inizialmente non riveli nulla, la sua voce registrata svela segreti del passato, tra le vie del Ghetto di Roma prima del 16 ottobre 1943. Un amore intenso, tipico della gioventù e della guerra, emerge dal buio, offrendo una chiave di lettura per comprendere la propria storia. Giorgio Van Straten intreccia la grande Storia dell'orrore e della liberazione con una vicenda di intensa emozione, dando voce agli slanci ideali dei protagonisti e restituendoci un'immagin
“Un nome, nient’altro che un nome. E i nomi non possono cambiare l’esistenza degli uomini.” O perlomeno così aveva semprepensato Hartog, fino a quella fredda mattina di dicembre del 1811. Hartog era un uomo semplice, un ebreo di Rotterdam uguale a tanti altri. Poi era arrivato l’editto francese, che aveva trasformato un semplice nome in una questione molto più seria. Non bastava più dire “Hartog, figlio di Alexander”, bisognava inventarsi qualcosa, scegliere un nuovo nome, come se da una semplice parola potesse dipendere la salvezza di un’intera esistenza. Hartog si era ispirato alle sue origini: Straaten, come il piccolo paese fiammingo da cui venivano i suoi antenati, come “strade”, in olandese, per anticipare così il destino fatto di viaggi che avrebbe segnato la sua stirpe. Questa, quindi, è proprio la storia di un nome, della famiglia ebrea che lo porta, delle tante esperienze di uomini e donne che semplicemente sono diventati la “Storia”.